L’arrivo in un contesto arcaico di un elemento disturbante, legato strettamente alla Modernità, è un tema che rappresenta troppo nel profondo il Cinema per non essere raccontato costantemente, in ogni salsa e ambiente, in un lungometraggio.
C’è una corrispondenza perfetta tra il personaggio disturbatore e il cinema stesso proprio perché questo medium, narrativo o non, è una sintesi potentissima dell’era moderna e la condensa in sé per l’immediatezza dell’immagine, il movimento, l’esperienza immersiva che la sua tecnica permette.
A tutto questo si aggiunga il fatto che il Cinema è nato nel contesto di un mondo industrializzato ed è sempre stato usato per raccontare e promuovere costumi e ideali nuovi, facendo ricadere certi cineasti conservatori e nostalgici in intima contraddizione con sé stessi per via del mezzo usato. Questo perché la ‘settima arte’ si basa su un meccanismo di finanziamento, produzione e fruizione che anticipa l’usa e getta ed è concepito per non arrestarsi mai.
Partendo da queste premesse, a prescindere dalle delusioni che abbiamo potuto avere dalla Modernità nella vita di tutti i giorni, bisogna riconoscere che la settima arte si predisponga, sul piano simbolico, a raccontare dei sogni, delle speranze nel Futuro, nel Nuovo, nella liberazione dalla grettezza e dalla chiusura di ambienti legati al Passato, sia che questo avvenga in buona fede o per interesse pubblicitario (cioè propagandistico) ed economico.
Peraltro, essendo un film di per sé un’opera femminile sul piano archetipico, per via della sua capacità di caratterizzarsi per assenza e presenza di suoni, figurazioni, narrazioni e di poter variare di tono alla maniera di un flusso o della musica, di potersi stendere nel tempo e di accogliere ogni tipo di rappresentazione, non sembra forse naturale che certe idee sul Cinema, sulla Modernità e sulla Vita siano fatte per essere incarnate da personaggi femminili?
Tutte queste premesse spiegano una commedia come Easy virtue (2008) di Stephan Elliott aiutandoci a parlarne in profondità.
In questo film frizzante e amaro come uno spumante la protagonista viene dal Nuovo Mondo industrializzato, più precisamente da Detroit, e si scontra contro la chiusura della provincia inglese, conquistando tutti quelli che sanno apprezzare il suo vitalismo, il suo charme e la sua sicurezza.
L’energica Larita del film (una Jessica Biel bella quanto naturale nella recitazione) si reinventa costantemente: da povera operaia, si ritrova sposa innamorata di un uomo più vecchio di lei, da lei stessa aiutato a morire dopo atroci sofferenze per un tumore; appassionata di corse automobilistiche, si fa notare al Grand Prix di Montecarlo, s’innamora di un giovane possidente inglese (Ben Barnes); rigettata con astio e ostracizzata dalla famiglia di lui, se ne va prendendosi una rivincita morale su tutti e scappando via col suocero (Colin Firth), unico spirito affine al suo, di cui lei ha risvegliato l’energia ferita dopo il trauma della Prima guerra mondiale.

Fonte: flixchatter.net
Sembra quasi inutile a questo punto dire che Larita rappresenti, nel flusso della narrazione e per le vicende della sua vita, la Modernità ed il Cinema almeno quanto una proiezione dell’ideale del regista in un contesto grigio avvolto dalla nebbia inglese. Rifiutando la tetraggine del testo di origine, l’omonima pièce (1924) di Noel Coward che già Hitchcock portò sul grande schermo nel 1928, Elliott ha tratto un film raffinato, elegante e più profondo di quanto si sia pensato al tempo della sua uscita.
In questa commedia che sembra riecheggiare i gossip della famiglia reale britannica e che potrebbe essere esportata in un qualsiasi altro contesto (per merito delle riscritture sapienti del soggetto originale nella sceneggiatura), lo slancio della protagonista e la sua eleganza sono riecheggiati dalle musiche di Cole Porter (Let’s misbehave), dal tango Por una cabeza suonato alla fine e dai brani cantati dalla Biel stessa (Mad about the boy, When the Going Gets Tough, the Tough Get Going).
La regia è fresca, animata, con un bel senso del ritmo e non eccede in invenzioni visive particolari ma se c’è una sequenza da ricordare, oltre a quella del tango tra Larita e il suocero Jim, questa è quella della prima notte tra lei e il marito John a casa della famiglia di lui: una superficie convessa li riflette all’interno di una stanza e il tondo è impostato all’esterno con una dissolvenza, sul lobo sopra la finestra bifora della camera; il tondo scompare e diventa il fuoco del camino nella stanza in cui Jim sta, avvolto dalla penombra; alla fine, la fiamma passa sempre dissolvendosi sulle teste delle cognate di Larita, Hilda e Marion, che non riescono a dormire, come a stuzzicarle nel sonno; infine, dopo che il fuoco è sparito e Marion prega non riuscendo a prendere sonno, si arriva alla suocera (Kristin Scott Thomas, bravissima) pensierosa sulla poltrona, per poi concludere l’intera sequenza nel nero di chiusura.
Questo è giusto un esempio del tocco di Elliott, regista di Priscilla regina del deserto (1994), che sta soprattutto nel brio mostrato nel raccordare i tempi della narrazione e nelle scelte drammaturgiche a monte: la sua moderazione, in questo caso specifico, sta nel fatto che abbia scelto di rientrare nel genere della commedia all’inglese.
Ciò che rende ulteriormente memorabile il film è il significato metacinematografico di Larita che, quasi fosse una bella, spigliata eggregora amante del jazz, si fa espressione del sogno generato dal grande schermo e di un simbolo del Nuovo inarrestabile contro la piccolezza ed il rancore del Vecchio: è questa vibrazione sotterranea che fa risuonare in maniera tutta particolare l’insieme della pellicola, alla maniera del rombo dell’auto di Larita, una BMW 328 Roadster prodotta in realtà sei anni dopo l’anno di ambientazione del film (1930), che echeggia in una sala vetusta e polverosa.
Bistrattato dalla critica anglofona e passato inosservato in Italia, Easy virtue nasconde molto più di quel che sembra sotto la sua scorza di film di genere, a dimostrazione che un ragionamento ampio sul cinema e sui giochi simbolici che lo spingono sempre in avanti possa essere fatto anche nel contesto della commedia e di un film creato senza fini speculativi riguardo alle grandi domande o alla rappresentazione di grandi passioni.